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ermettete che mi presenti: sono Alessandro Respighi, classe 1981. Se cercate il mio cognome su internet, prima di arrivare a me troverete migliaia di pagine su un altro Respighi: Ottorino, celebre musicista e compositore del Novecento. 

Siamo parenti. E la musica ha un posto centrale anche nella mia vita: cambia solo il punto di vista. Io infatti costruisco strumenti che altri suonano. Lo faccio già da un bel po’ di anni. Da quando – nel 2004 – mi sono diplomato alla Civica Scuola di Liuteria di Milano.

Uscendo da una scuola di liuteria era naturale che mi dedicassi inizialmente alle chitarre acustiche ed elettriche – che amo ancora costruire, anche se ora ho un po’meno energia da dedicare loro – poi però è accaduto qualcosa di inatteso. E a me piace molto avventurarmi sulle strade che si presentano da sole.

Già ai tempi della frequentazione della Civica Scuola di Liuteria di Milano, seguendo una sorta di corso extra-curriculare, avevo preso parte alla costruzione di un paio di rullanti  grazie a Lorenzo Lippi, storico docente della scuola  che si era appassionato alla costruzione di rullanti.
Ma la vera occasione che mi ha portato poi a dedicarmi alla realizzazione di batterie artigianali è stata, come quasi sempre accade per le cose migliori nella vita, assolutamente casuale e non programmata: il semplice commento alla foto di una mia chitarra scritto da un amico, allora studente di batteria, che disse “Bella questa chitarra, ma quand’è che passiamo alle cose serie e mi fai un rullante?”.
Il rullante lo feci, il mio amico lo portò dal suo insegnante – il M° Giorgio di Tullio – che approvò con entusiasmo. E allora mi misi a studiare e valutare seriamente i vari metodi di costruzione dei fusti per tamburi, fino a scegliere – per motivi che mi piace spiegare qui  – il metodo a doghe orizzontali (gli americani lo chiamano “segmented”) che è poi quel che uso con successo ancora oggi.

Era il 2015. Da quel momento, grazie anche alle prime richieste e a tutte quelle che sono venute in seguito, la batteria è entrata nella mia vita, con prepotenza, come le si conviene: nei primi tre anni ho calcolato di aver realizzato quasi 300 fusti. Un tamburo ogni tre giorni, contando anche le feste comandate. Per forza poi c’è qualcuno tra i miei amici chi mi dà del matto. 

Non chiedetemi però se la batteria la suono anche: un po’ sì, ovviamente (avevo già iniziato ai tempi della scuola di liuteria andando a lezione da un ex-timpanista dell’Orchestra della Scala), ma solo quel tanto che mi basta per conoscere, valutare, capire. Del resto al meccanico di una vettura di F1 non si chiede poi di guidare la macchina che ha costruito… 

Più però della mia limitata esperienza, quel che mi ha guidato davvero sin qui è stata quella altrui: quella dei molti batteristi e percussionisti che ho avuto il piacere e l’onore di avere sin qui al mio fianco e che mi hanno dato consigli preziosi se non indispensabili. Il primo della lista è indubbiamente Giorgio Di Tullio, che è ormai un amico e che è sempre stato estremamente disponibile con me, offrendomi non solo tutte le sue conoscenze ma anche il suo piacere per la sperimentazione e la ricerca di nuove soluzioni: un approccio che è parte integrante del mio lavoro, tanto quanto lo è lo studio. Anche se amo seguire l’istinto, questo non vuol dire che poi mi piacciano le cose improvvisate. Vedetela così: la scintilla può essere un elemento casuale, ma l’ispirazione deve essere accompagnata dall’esperienza, dalla ricerca e dal metodo. 

Per esempio la mia collaborazione con percussionisti del mondo classico – iniziata in maniera fortuita e molto fortunata grazie a un contatto avuto con il M° Loris Stefanuto, insegnante al Conservatorio di Mantova, e poi con Simone Rubino, spettacolare giovane talento di portata internazionale – mi ha aperto un nuovo mondo che sto esplorando con enorme interesse e che rappresenta al momento una delle mie nuove frontiere di ricerca.